C’è un momento in cui il progresso smette di essere una promessa e diventa una condanna invisibile. Lo si percepisce chiaramente guardando le immagini di Sorry We Missed You, il film di Ken Loach che mette a nudo le macerie umane della Gig Economy. Ambientata in una Newcastle ancora ferita dalla crisi, la pellicola ci trascina dentro la quotidianità della famiglia Turner. Ricky, il protagonista, è un uomo che cerca solo un’occasione per riscattarsi e decide di gettarsi nel settore delle consegne a domicilio come corriere espresso. Ma la sua non è un’assunzione: è un contratto di franchising che gli promette autonomia e lo trasforma, invece, in uno schiavo di se stesso, monitorato ogni secondo da uno scanner che non ammette ritardi.

La famiglia Turner in una scena del film Sorry We Missed You

Il cuore pulsante e tragico di questa vicenda è Abbie, la moglie di Ricky. Un’assistente domiciliare che passa le giornate a curare anziani e disabili con una dedizione che il sistema non le riconosce. La sua è una figura fondamentale per capire come questo modello economico divori i legami: per permettere a Ricky di comprare il furgone necessario al suo nuovo lavoro, Abbie è costretta a vendere la propria auto, l’unico strumento che le garantiva un minimo di indipendenza e respiro nei suoi turni massacranti. In questo sacrificio si consuma un’erosione dell’identità femminile: i desideri e gli spazi di una donna vengono sacrificati sull’altare di un’illusione di benessere familiare che si rivelerà una trappola. Le persone smettono di essere soggetti e diventano funzioni, ingranaggi di una struttura che promette di elevarci mentre, pezzo dopo pezzo, ci priva di ogni autonomia.

In questa nuova architettura sociale, ci muoviamo come abitanti di un paese di ciechi. Chi prova ancora a vedere la realtà per quello che è — un cumulo di sfruttamento mascherato da flessibilità — viene isolato. Abbiamo costruito una società in cui il controllo non ha più bisogno di mura; la sorveglianza abita nello schermo che Ricky stringe tra le mani, un occhio digitale che registra ogni respiro e ogni sosta, proprio come in una distopia dove il potere riscrive la verità in base alla velocità di un clic. È una condizione che nutre un profondo e inespresso bisogno di consolazione, una ricerca di pace in un mondo che ha trasformato la vita in una prestazione continua, dove fermarsi a riprendere fiato è considerato un guasto nel sistema.

Abby e un’anziana donna in una scena del film Sorry We Missed You

Il finale del film è un grido che toglie il fiato. Vedere Ricky che, nonostante le ferite di un’aggressione e il volto deformato dalle lacrime, risale sul furgone ignorando le suppliche strazianti della famiglia, rappresenta la resa definitiva dell’uomo alla macchina. In quel momento, l’individuo accetta la propria condanna perché non vede più alternative. Si arriva a sentirsi colpevoli della propria stanchezza, dei propri limiti fisici, persino del proprio dolore, pur di continuare a sentirsi parte dell’ingranaggio. È l’accettazione di una colpa che serve solo a giustificare la propria prigionia, il trionfo di una funzione che annulla la persona.

Questa deriva non è una storia lontana, ma una realtà che pulsa nelle nostre città. Nel nostro Paese, la figura di Ricky si moltiplica nelle migliaia di rider che sfrecciano nel traffico, gestiti da algoritmi opachi che decidono del loro destino. Abbiamo permesso che la tecnologia, nata per liberarci, diventasse lo strumento di un controllo oppressivo che distrugge i legami sociali e la serenità delle famiglie.

Come comunità scolastica, abbiamo il dovere di guardare oltre la comodità di un pacco arrivato in un’ora. Dobbiamo pretendere una trasparenza che restituisca il volto ai lavoratori e il valore al tempo, perché nessun algoritmo potrà mai avere il diritto di decidere quando un uomo può fermarsi a piangere o quando una donna debba rinunciare alla propria libertà. Il progresso ha senso solo se resta al servizio della vita; altrimenti, è solo una corsa più veloce verso la nostra stessa scomparsa.

La fatica di restare umani

La realtà descritta da Loach trova un riscontro diretto e allarmante nelle recenti inchieste condotte dalla Procura di Milano, che tra il febbraio e il marzo 2026 ha squarciato il velo sul settore del food delivery nel nostro Paese. Quello che è emerso non è solo un problema di contratti precari, ma una vera e propria architettura di sfruttamento definita dagli inquirenti come “caporalato digitale”.

In Italia, migliaia di rider si muovono dentro una contraddizione identica a quella del film: sono formalmente inquadrati come lavoratori autonomi, spesso con “falsa partita IVA”, ma vivono una subordinazione totale e oppressiva. Non decidono i propri orari, non scelgono i percorsi e non hanno alcun potere contrattuale. Chi prova a rivendicare dignità viene escluso dal sistema, questi lavoratori sono monitorati da algoritmi che premiano la velocità estrema e puniscono ogni rallentamento, anche se dovuto a motivi di salute o sicurezza.

Il volto reale del food delivery

L’indagine milanese ha messo sotto controllo giudiziario colossi del delivery come Deliveroo e Glovo, rivelando l’esistenza di “paghe da fame” che spesso scivolano sotto la soglia di povertà. È la dimostrazione che la tecnologia, se priva di regolamentazione, diventa uno strumento di sorveglianza totale che nulla ha da invidiare alle più cupe previsioni del passato. Si crea un ambiente dove l’individuo arriva a sentirsi colpevole per un imprevisto o per la propria stessa stanchezza, pur di non perdere il punteggio che gli permette di continuare a lavorare.

Questo sistema non aggredisce solo il portafoglio, ma la stabilità mentale e familiare delle persone. L’esaurimento emotivo che colpisce i Turner — quel logorio che spezza la comunicazione tra genitori e figli e trasforma la casa in una zona di guerra — è lo stesso che vivono migliaia di lavoratori in Italia. Il bisogno di consolazione di chi torna a casa distrutto da turni massacranti non trova risposta in un’economia che considera il tempo umano solo come un costo da tagliare.

È dunque evidente che il progresso non può prescindere dal rispetto della dignità. Come suggerito dagli interventi della magistratura, è urgente imporre una trasparenza assoluta sugli algoritmi e regolarizzare le posizioni contrattuali per evitare che il lavoro si trasformi in una forma di schiavitù moderna. Dobbiamo pretendere tutele reali che garantiscano il diritto a una retribuzione dignitosa e alla sicurezza, impedendo che l’essere umano venga ridotto a un semplice dato statistico. Solo così potremo evitare che la libertà promessa dalla tecnologia diventi, nei fatti, la nostra condanna più grande.

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