Immaginate di andare a festeggiare Capodanno, magari per la prima volta, con i vostri amici in un locale e di ritrovarvi, nel giro di pochi secondi, in mezzo alle fiamme: cosa fareste? Le risposte sarebbero varie: c’è chi fuggirebbe, chi cercherebbe di salvare i propri amici e chi proverebbe a spegnere disperatamente il fuoco. Nelle situazioni di emergenza, quando si hanno i secondi contati, ogni individuo reagisce in maniera diversa. È quanto accaduto in Svizzera, nella notte di Capodanno, nel locale “Le Constellation”.
Ricostruendo brevemente i fatti: le persone erano distribuite su due piani, uno dei quali sotterraneo; i soffitti e i rivestimenti erano composti da materiali altamente infiammabili, al punto che è bastato uno sparkler su una bottiglia di champagne per innescare l’incendio. Inoltre, la capienza massima del locale era di 200 persone ma, stando a quanto riportato dai quotidiani, nella notte dei festeggiamenti erano presenti circa 400 persone: il doppio del consentito. L’uscita era solamente una e, di conseguenza, i ragazzi al primo piano, nel tentativo di fuggire, si sono ammassati vicino al varco rendendo, di fatto, impossibile il passaggio per chi si trovava al piano sotterraneo. E si sa che, in un incendio, il fulcro della salvezza è il tempo.

Chiarito ciò che è successo, mi preme soffermarmi su alcuni commenti online di adulti che hanno puntato il dito contro i ragazzi e l’uso dello smartphone. È complesso capire la psicologia dei singoli individui in situazioni di rischio perché, di fronte al pericolo, l’essere umano attiva un meccanismo ancestrale: il “fight or flight” (combatti o fuggi). Tuttavia, esiste una terza via che può verificarsi: il “freezing“, ovvero il congelamento motorio, che purtroppo può aver colpito i ragazzi presenti.
Ci sono poi i cosiddetti “leoni da tastiera” che affermano che chi ha iniziato a registrare l’accaduto avrebbe meritato la sorte subita perché “si sa che di fronte a un incendio la prima cosa da fare è evacuare”, attribuendo così la colpa alla vittima (victim blaming). In realtà, l’uso del telefono in queste situazioni può essere visto come un meccanismo di difesa: filtrare la realtà tramite lo schermo significa ridurre la gravità effettiva del pericolo, creando una distanza psicologica protettiva dall’orrore.
Accusare chi ha vissuto quell’inferno mostra una preoccupante carenza di empatia e umanità. In un momento in cui dovremmo solo piangere per i quaranta ragazzi strappati alle famiglie e stringerci attorno ai centinaia di feriti, ci ritroviamo con il tipico, amaro vizio del XXI secolo: puntare il dito contro le vittime per non guardare in faccia la realtà. La verità è che ciò che è accaduto non è responsabilità dei giovani, ma il tragico risultato di un sistema che ha barattato la loro sicurezza con il profitto, tra planimetrie irregolari e misure antincendio inesistenti. È ora di smettere di processare chi è sopravvissuto e iniziare a pretendere risposte da chi non ha saputo proteggerli. Dignitosa sarebbe il silenzio e la vicinanza, accettando che la colpa non è di chi teneva in mano un telefono, ma di chi ha trasformato una festa in una trappola mortale.
