
Oltre duecento studenti delle classi quarte e quinte dell’istituto Einaudi Scarpa, il 9 dicembre 2025 si sono recati presso Infinite Area di Montebelluna per partecipare al Workshop sull’IA dal titolo”Ridisegnare il Futuro”. Infinite Area è una “piattaforma” di innovazione che combina spazi di coworking, uffici, sale eventi e servizi avanzati per startup e aziende; è proprio in questi spazi all’avanguardia che si è tenuto l’incontro dedicato all’IA e al suo impatto nel mondo del lavoro.

Il format inaugurato con il workshop “Ridisegnare il futuro” ha dato il via a IANextGen, progetto di formazione realizzato da Infinite Area insieme all’Istituto Einaudi Scarpa e ADV – Agenda Digitale del Veneto, che unisce il confronto con esperti e sessioni pratiche di applicazione dell’intelligenza artificiale, riportando sul territorio esperienze e contenuti maturati nel campo dell’innovazione digitale. Il percorso proseguirà nei prossimi mesi con una serie di project work che vedranno gli studenti ospitati da Infinite Area tra gennaio e maggio 2026. Questi laboratori saranno articolati in tre filoni tematici verticali: “Industria”, dedicato a robotica e applicazioni per accelerare i processi di produzione; “Dev”, centrato sull’uso dei tool di sviluppo; e “Azienda 2030”, per immaginare le trasformazioni che investiranno il mondo dell’impresa nei prossimi anni. Un format replicabile in altri territori e pensato per coinvolgere, in prospettiva, anche gli studenti degli ITS, percorsi di alta specializzazione tecnologica post-diploma.

L’incontro ha coinvolto studenti degli indirizzi informatica, elettronica, elettrotecnica, sistemi informativi aziendali e programmazione, chiamati a confrontarsi con le opportunità e le sfide dell’intelligenza artificiale. A introdurre obiettivi e modalità di partecipazione sono stati Manola Tegon per la Regione Veneto, Patrizio Bof (fondatore di Infinite area), il dirigente scolastico dell’istituto Einaudi Scarpa Massimo Ballon e il professor Marco Falavigna, che hanno inquadrato l’iniziativa nel percorso di orientamento e formazione avviato con IANextGen. Il successivo intervento di Bof si è concentrato sul valore strategico delle competenze legate all’AI e su un uso consapevole delle tecnologie, aprendo la strada alla relazione del professor Fabrizio Dughiero. dedicata al ruolo dell’intelligenza artificiale nei processi industriali.

Fabrizio Dughiero e l’era del “Phygital”
Ad esordire è stato il professor Fabrizio Dughiero dell’Università di Padova, il quale ha esposto il suo pensiero sulla nuova tecnologia partendo dal concetto di “Phygital”: invece di annullare il lavoro intellettuale, l’IA deve diventare uno strumento per lo specialista, che deve conoscere a fondo la propria materia per poter implementare le proprie conoscenze grazie al supporto tecnologico.
Dughiero ha aggiunto che saper dialogare con le macchine sarà un’abilità molto richiesta in futuro, identificata nella figura del “Prompt Engineer“, mansione che si occuperà di garantire la giusta comunicazione con le IA. Egli ha specificato che, parlando di IA, comunemente si intendono le intelligenze di tipo generativo nate nel 2017, i cosiddetti Large Language Models (LLM). Il concetto di IA nasce però molto prima, addirittura nel 1940 con la macchina del matematico Alan Turing. Il professore ha continuato definendo gli LLM come “un passo avanti verso la democratizzazione del sapere”: in parole povere, con l’IA, Google e lo smartphone, abbiamo a disposizione la più grande biblioteca del mondo.
Nel suo intervento, egli si è rivolto direttamente agli studenti, dicendo che la scuola è palestra di metodo, disciplina e curiosità, ovvero un allenamento per una vita di apprendimento continuo. Per questo ha invitato gli studenti a fare scelte concrete che inizino già da domani. In particolare, li ha esortati a imparare a usare l’IA e le tecnologie digitali in modo strategico: chiedere spiegazioni, fare esercizi, verificare il proprio lavoro – non per copiare, ma per imparare meglio. È fondamentale sviluppare una relazione critica con gli strumenti: l’IA può essere un tutor straordinario, ma non può e non deve sostituire il pensiero. Le basi delle conoscenze e delle competenze si costruiscono, del resto, con pazienza, rigore e costanza.
Ma c’è di più. ha detto poi Dughiero. Crescere significa anche cercare esperienze fuori dalla propria comfort zone: stage, concorsi, progetti internazionali. Esporsi a contesti nuovi sviluppa resilienza, autonomia e capacità di adattamento. Ogni esperienza – anche quella che non va come sperato – è un investimento per il futuro. Imparare a muoversi in territori sconosciuti è forse la competenza più preziosa in un mondo che cambia velocemente. E poi c’è la lettura: i classici, i romanzi e la saggistica stimolano creatività, senso critico e capacità di argomentare. Leggere significa imparare a vedere il mondo da prospettive diverse, a comprendere la complessità e a riconoscere le sfumature. Non è un lusso né un ornamento: è una competenza fondamentale per chi vuole interpretare la realtà e non solo subirla. Chi legge pensa meglio, scrive meglio, parla meglio.
Infine, ha invitato ragazzi e ragazze a coltivare una passione non tecnica/specialistica: sport, musica, volontariato o arte. Queste attività insegnano disciplina, lavoro di squadra, gestione dello stress e sensibilità verso gli altri. Le competenze “soft” – quelle che fanno la differenza nei momenti critici, nei rapporti con le persone e nelle scelte difficili – si costruiscono anche fuori dall’aula, nel tempo libero e nelle passioni che coltiviamo per noi stessi.

Gabriele Gobbo: il valore dei dati e la sicurezza
Il secondo degli interventi è stato quello di Gabriele Gobbo – vicepresidente e cofondatore del Digital Security Festival, autore, docente, consulente e divulgatore digitale – che ha aperto il suo intervento con un aneddoto tanto curioso quanto significativo: un relatore, durante una conversazione, aveva condiviso pubblicamente dati sensibili, nomi di software, fornitori, banche e dettagli dei propri server, senza rendersi conto di quanto pericoloso fosse esporre tali informazioni. Gobbo ha spiegato che quell’episodio non serviva per criticare la persona, ma per introdurre un tema cruciale: il valore dei dati, che non saranno “il nuovo petrolio”, come spesso si sente dire, ma lo sono già da vent’anni. Il problema, ha proseguito, non è tanto l’intelligenza artificiale in sé, quanto l’uso che ne facciamo e la leggerezza con cui condividiamo ogni giorno enormi quantità di informazioni personali e aziendali.
Se avesse registrato quell’incontro e lo avesse caricato su un sistema di IA, ha detto, il giorno dopo avrebbe potuto averne la trascrizione e l’analisi completa, ma allo stesso tempo avrebbe consegnato inconsapevolmente un patrimonio di dati a terzi. Il vero rischio, secondo Gobbo, non è che l’IA rubi il lavoro, ma che rubi i segreti. L’intelligenza artificiale conosce ogni cosa di noi e, poiché ha già consumato quasi tutte le informazioni disponibili in rete, ora comincia persino a generare nuovi dati autonomamente per continuare ad alimentarsi. Questo porta a un paradosso inquietante: buona parte dei contenuti che leggiamo online non è più creata da esseri umani, ma da macchine che si parlano tra loro, rispondendosi automaticamente.
Gobbo ha ricordato che la rete è piena di esempi concreti di furti di dati, dalle grandi compagnie telefoniche alle banche, fino ai social network, dove bastano pochi euro per comprare la “vita digitale” di una persona. In questo contesto, ha sottolineato, il pericolo non è solo la violazione della privacy, ma la nostra dipendenza totale dai sistemi digitali, che alimentiamo quotidianamente caricando file, testi, immagini e informazioni personali. Egli ha poi toccato un tema sorprendente e provocatorio: anche le emozioni stanno diventando un prodotto digitale. Negli Stati Uniti, ha raccontato, stanno esplodendo le cosiddette “app companion”, strumenti che simulano relazioni sentimentali e che registrano tutto ciò che facciamo durante la giornata, fino a dirci la sera che siamo stati “bravissimi” e che qualcuno ci ama. È la dimostrazione che stiamo progressivamente cedendo anche la sfera affettiva alle macchine, un passo che ci porta a interrogarci su cosa significhi davvero essere umani.
Eppure, ha osservato, il vero “bug” del sistema tecnologico rimane l’essere umano stesso: siamo noi a esporre la nostra vita in rete, a regalare contenuti, a confondere il mondo virtuale con quello reale. Internet non è un mondo “finto” — ha detto — ma la realtà concreta in cui viviamo da trent’anni, una dimensione dove un furto digitale equivale a un furto nel mondo fisico. Da qui, la riflessione più ampia: ognuno di noi oggi è un media, capace di influenzare, informare e diffondere contenuti. Se siamo otto miliardi di media, come potranno le aziende comunicare in modo efficace con un pubblico così frammentato?
La risposta, per Gobbo, sta nell’uso consapevole dell’intelligenza artificiale, che deve potenziare le capacità umane, non sostituirle. Dobbiamo imparare a lavorare con l’IA, a conoscerla, a usarla ogni giorno in modo critico e creativo, portando nelle aziende un bagaglio fatto non solo di competenze tecniche ma anche di soft skills, etica e visione. Ha poi avvertito che le aziende, tagliando gli stage e le posizioni junior, rischiano di perdere le competenze future. Per questo, i ragazzi devono diventare “umani aumentati”, capaci di unire tecnologia, cultura e curiosità. Il suo invito è chiaro: sperimentare, sbagliare, creare, imparare da soli, “smanettare” ogni giorno, come faceva lui da ragazzo con il suo primo computer Olivetti. Solo così si diventa davvero competenti, solo così si resta protagonisti di un mondo dove il futuro è già iniziato. Gobbo ha concluso ricordando una frase che riassume perfettamente il suo pensiero: i primi a essere sostituiti dall’intelligenza artificiale saranno quelli che non la usano.

Matteo Biasi e la nuova epoca del software
L’ultimo intervento è stato quello del giovane Matteo Biasi, sviluppatore e imprenditore nel settore tecnologico, CEO di MetaEsse e fondatore di FlashBeing e CodeWorks. Egli ha raccontato la propria esperienza personale nel mondo della programmazione, condividendo con il pubblico una riflessione sincera sul rapido cambiamento portato dall’intelligenza artificiale e sugli effetti che questa rivoluzione sta avendo sul lavoro dei professionisti digitali.
Negli ultimi mesi, ha spiegato, il panorama tecnologico è mutato con una velocità senza precedenti. Strumenti di nuova generazione, basati sull’IA e sul cosiddetto byte-coding, permettono oggi a chiunque di creare siti, app e software semplicemente scrivendo in linguaggio naturale. Biasi ha ammesso che, all’inizio, questa trasformazione gli ha provocato smarrimento: vedere persone senza competenze informatiche realizzare in pochi minuti ciò che un tempo richiedeva mesi di lavoro lo aveva fatto dubitare del proprio ruolo. Ma, dopo la sorpresa iniziale, ha compreso che non si tratta della fine del programmatore, bensì dell’inizio di una nuova epoca del software.
Ha osservato come gli strumenti di intelligenza artificiale siano oggi in grado di produrre risultati sorprendenti, ma ancora limitati: un codice generato in pochi istanti non può garantire usabilità, sicurezza, identità visiva o solidità nel tempo. Dietro un buon software non ci sono solo righe di codice, ma una visione, una logica e una progettazione attenta alle persone che lo useranno. Per questo, ha affermato, scrivere un prompt non basta: serve comprendere cosa si vuole ottenere, per chi lo si sta costruendo e con quale architettura. Il valore del programmatore del futuro sarà quindi quello di guidare l’intelligenza artificiale, non di sostituirla.
Ha poi sottolineato l’importanza di una collaborazione tra uomo e macchina. L’intelligenza artificiale può accelerare i processi e aiutare a validare un’idea in tempi brevi, ma solo l’essere umano è in grado di dare senso, direzione e creatività a ciò che viene costruito. Infine, Biasi ha rivolto un messaggio ai giovani e ai professionisti del domani: non temere la tecnologia, ma imparare a dialogare con essa, usare gli strumenti di IA per sperimentare, testare, comprendere, non per sostituire lo studio, ma per imparare meglio e più in profondità. Il mondo del lavoro, ha concluso, premierà chi saprà unire competenza tecnica, curiosità e spirito critico, chi saprà guardare oltre il codice, immaginando soluzioni nuove, sostenibili e significative. “Le macchine – ha detto – faranno tutto ciò che è mediocre. Ma ciò che è davvero umano, la capacità di pensare, progettare e dare valore, resterà sempre nelle nostre mani.”
