Il Jobs Act è una riforma del lavoro introdotta nel 2015, pronta a tutelare i lavoratori, senza limiti di genere e di esperienza. Dopo la crisi economica del 2008 e la crisi del debito sovrano avvenuta nel 2011, la società e il mercato del lavoro faticarono molto a rialzarsi, portando così ad un aumento del tasso di disoccupazione.
Per questa ragione è stata introdotta la riforma del Jobs Act, con l’intento di riformare e modernizzare il mercato del lavoro italiano, combattendo così la precarietà e il dualismo del mercato. In pratica, parliamo di quella divisione tra i lavoratori con il posto fisso e protetto e quelli intrappolati in contratti precari e senza tutele.
Con il Jobs Act sono stati introdotti dei contratti a tutele crescenti, con l’intenzione di rendere tutti i contratti a tempo indeterminato dopo un certo arco di tempo, rendendoli anche più convenienti per le aziende che li stipulavano rispetto ai contratti precari. Per spingere le imprese ad assumere lavoratori sotto un contratto indeterminato, il legislatore ha ritenuto più opportuno ridurre i “rischi” che l’assunzione comporta. Per questa ragione è stato modificato l’Art. 18 dello Statuto dei lavoratori, limitando la reintegra nei posti di lavoro in caso di licenziamento illegittimo, e sostituendola con un indennizzo economico.

Ha funzionato?
La riforma avviata dal governo Renzi è stata oggetto di forte discussioni sociali e politiche, poiché ha modificato profondamente le tutele dei lavoratori. L’obiettivo del Jobs Act era rilanciare l’occupazione nel nostro Paese, ma i risultati ottenuti hanno suscitato opinioni contrastanti: chi sostiene che abbia aumentato l’occupazione e chi, invece, afferma che abbia solamente peggiorato la posizione del lavoratore. Ma quindi, ha funzionato oppure è stato un fallimento?
Un aspetto che ha suscitato molte critiche nei confronti della riforma riguarda la modifica dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. L’introduzione del contratto a tutele crescenti ha prodotto un duplice effetto: da un lato ha favorito un aumento delle assunzioni; dall’altro, sostituendo la reintegrazione del lavoratore con un compenso economico, ha reso i lavoratori più vulnerabili e soggetti a pressioni da parte dei datori di lavoro.
I dati dell’Istat mostrano che vi è stato effettivamente un incremento del numero di occupati in Italia, passati da poco meno di 22 milioni a circa 22.9 milioni. Usare però questo dato a sostegno del Jobs Act porta a dei limiti: sebbene l’occupazione dipendente complessiva sia aumentata, la crescita ha riguardato soprattutto i lavori a termine e part-time, fenomeni sempre più diffusi tra i laureati.
Inoltre, la crescita dell’occupazione del 2015 è stata in larga parte sostenuta dagli sgravi contributivi introdotti contestualmente alla riforma. La successiva riduzione di tali incentivi ha determinato un forte rallentamento delle assunzioni a tempo indeterminato dimostrando come il mercato del lavoro sia rimasto strettamente dipendente dai sussidi statali.
Un ulteriore elemento da considerare è che l’aumento delle assunzioni registrato in quel periodo non dipende necessariamente dalla riforma del Jobs Act. Dopo la crisi economica del 2011, l’Italia ha attraversato una fase di ripresa, sostenuta anche da politiche macroeconomiche europee. Di conseguenza, l’aumento dell’occupazione negli anni successivi potrebbe essere stato influenzato non solo dalla riforma, ma anche dal miglioramento complessivo della situazione economica.
