Recentemente il nostro istituto ha ospitato Pasquale Pugliese, attivista e studioso della nonviolenza. Il suo intervento non è stato solo una lezione di storia, ma una “provocazione morale” rivolta direttamente a noi studenti.
Pugliese ha raccontato di aver iniziato a occuparsi di nonviolenza a 18 anni, quando si trovò di fronte alla leva militare obbligatoria. Si pose una domanda semplice ma radicale: “Perché devo farlo?”. Scelse l’obiezione di coscienza e svolse il servizio civile. Oggi la leva è sospesa, ma il dibattito sulla sua reintroduzione ciclicamente ritorna. Questo significa che il tema non riguarda solo il passato: riguarda il nostro futuro.
Hiroshima, Nagasaki e la svolta nucleare
Non si può parlare di guerra senza ricordare ciò che accadde il 6 e 9 agosto 1945, quando gli Stati Uniti sganciarono le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Per la prima volta, l’umanità scoprì un’arma capace di distruggere intere città in pochi istanti.
Alla vista dell’esplosione nel deserto del New Mexico durante il test Trinity, lo scienziato J. Robert Oppenheimer citò un testo sacro indiano: “Sono diventato morte, il distruttore di mondi”. Sottolineava così la tragica consapevolezza di aver creato qualcosa capace di annientare la civiltà intera.
Oggi nel mondo esistono circa 12.000 testate nucleari. L’Italia ospita ordigni statunitensi e, in caso di conflitto, sarebbe un bersaglio strategico. Il rischio non è teorico: il “Doomsday Clock” (l’orologio dell’apocalisse) del Bulletin of the Atomic Scientists misurava 17 minuti alla mezzanotte nei primi anni ’90. Oggi siamo a soli 90 secondi: il punto più vicino alla catastrofe mai registrato nella storia moderna, ha sottolineato Pugliese.

L’Italia e il ripudio della guerra
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Italia fece una scelta chiara. Nell’articolo 11 della Costituzione si legge: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli…”.
Non “rifiuta”, ma “ripudia”: un termine più forte, definitivo, che indica un profondo dissenso etico e civile. È l’unico articolo in cui il soggetto è “L’Italia” nel suo insieme. Non un governo o un partito: un intero popolo unito contro la violenza. Questa stessa tensione si ritrova nel manifesto Einstein-Russell e nelle parole di Papa Giovanni XXIII, per il quale la guerra è “aliena alla ragione”.
Eppure, oggi il clima è cambiato. Le spese militari sono tornate ai massimi storici e i conflitti armati nel mondo sono passati da 86 nel 1989 a oltre 180 nel 2024.

Perché si continua a fare la guerra?
Pugliese ha citato figure militari dalle risposte sorprendenti. Il generale Smedley Butler definì la guerra “un racket” (una mafia), mentre il presidente Dwight D. Eisenhower avvertì il mondo del pericolo del “complesso militare-industriale”: un’alleanza tra produttori di armi, apparati militari e potere politico che può minacciare la democrazia. Qui entra in gioco il “triangolo della violenza”, dove interessi economici, potere politico e consenso sociale si intrecciano, rendendo il profitto il vero motore dei conflitti.
I meccanismi della propaganda
Per ottenere il consenso, la propaganda utilizza schemi ricorrenti che Pugliese ha analizzato nel dettaglio. Spesso ci viene detto che non siamo noi a volere la guerra ma che siamo costretti, che il nemico è l’unico responsabile e che noi difendiamo una causa nobile. Allo stesso tempo, si tende a minimizzare le proprie perdite enfatizzando quelle altrui, arrivando a bollare come traditore chiunque osi sollevare un dubbio.
Se guardiamo i conflitti contemporanei, è difficile non riconoscere questi schemi. Oggi questi meccanismi passano soprattutto dai social network, dove le emozioni sono amplificate e la polarizzazione impedisce il dialogo. Come facciamo a difenderci da manipolazioni psicologiche così sottili, spesso finanziate con milioni di dollari da multinazionali e stati?
Proprio su questo punto, uno studente ha sollevato un’osservazione cruciale: oggi in Europa la Russia viene spesso presentata come il “nemico assoluto” all’interno di un clima mediatico totalmente polarizzato. Al di là delle singole posizioni politiche, il problema che ci riguarda tutti è un altro: siamo davvero consapevoli di come venga costruita, a tavolino, l’immagine del “nemico”? O la manipolazione è diventata così sottile da agire sottopelle senza che ce ne accorgiamo? Difendersi non è facile quando ci si trova davanti a stati e multinazionali che investono milioni di dollari in tecniche di manipolazione psicologica studiate per essere invisibili quanto efficaci.
È possibile difendersi senza esercito?
È una domanda seria, non ingenua. La storia offre esempi di difesa popolare nonviolenta, come in Danimarca durante l’occupazione nazista, dove la popolazione riuscì a salvare gran parte della comunità ebraica senza armi. Pensiamo anche alla resistenza di Gandhi contro l’Impero Britannico o alle proposte moderne per i “Corpi Civili di Pace”, interventi organizzati e non armati nelle zone di crisi. Non sono soluzioni semplici, ma dimostrano che l’alternativa non è solo tra bombardare o arrendersi.

Cosa possiamo fare noi?
Il messaggio dell’incontro non era fornire ricette pronte, ma stimolare una responsabilità personale. Come studenti e cittadini, il nostro compito è informarci in modo critico, uscendo dalle “bolle” dei social e imparando a riconoscere le narrazioni binarie che dividono il mondo in buoni e cattivi. Dobbiamo difendere il confronto civile senza demonizzare chi la pensa diversamente.
La storia di Stanislav Petrov, l’ufficiale sovietico che nel 1983 evitò una guerra nucleare mondiale rifiutandosi di segnalare un falso allarme radar, dimostra che a volte il destino dell’umanità dipende dalla consapevolezza e dall’integrità morale di una singola persona. Petrov non fu solo lucido, fu profondamente umano in un sistema che gli chiedeva di essere un automa. La pace non è passività, ma una scelta consapevole. E ogni scelta inizia con una domanda. La stessa che si fece Pasquale Pugliese a 18 anni. La stessa che oggi spetta a noi.
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