Nonostante sia una serie TV datata (trasmessa dal 2004 al 2012), il suo umorismo nero e la sua vena tragicomica rimangono sorprendentemente attuali, rendendola ancora oggi avvincente per il pubblico contemporaneo.
La serie orbita attorno a Dr. House (interpretato magistralmente da Hugh Laurie) ed è ambientata nel fittizio ospedale universitario di Princeton, in New Jersey. House, si può dire, è un personaggio alquanto complicato: a causa del suo passato traumatico, e soprattutto tormentato da un dolore cronico alla sua gamba paralizzata, è estremamente scostante nei suoi rapporti sociali (manifesta una spiccata asocialità). Non vede quasi mai i suoi stessi pazienti, guadagnandosi la diffidenza se non l’aperta antipatia da parte del personale ospedaliero. Ciò si estende, (s)fortunatamente, anche alla sua pratica medica: effettua diagnosi con metodi al limite della convenzionalità, nella maggior parte dei casi poco ortodossi, ma che invariabilmente lo portano a individuare la vera natura del problema, spesso una rara e complessa patologia, nel paziente.
House, poi, con la sua forte e controversa personalità, influenza tutte le persone che lo circondano. I membri del team, inizialmente composti da Foreman, Chase e Cameron (e successivamente soggetti a diverse evoluzioni), pur mostrando spesso riluttanza, eseguono i suoi ordini e, gradualmente, ne assimilano (più o meno consapevolmente) i metodi di ragionamento clinico.

La narrazione, pur ruotando innegabilmente attorno alla figura di House, intreccia sapientemente le vicende dei personaggi secondari con quelle del protagonista, alleggerendo il racconto e offrendo diverse prospettive. In particolare, il suo team, il suo capo, la Dr.ssa Cuddy, e il suo fidato amico e collega, il Dr. Wilson, costituiscono elementi cruciali per lo sviluppo della trama e per l’evoluzione dello stesso protagonista. House, da uomo scorbutico e asociale, intraprende un lento percorso che lo porterà, gradualmente, a esprimere i propri sentimenti e ad accettare il suo passato.
Un altro aspetto fondamentale della complessa personalità di House è la sua dipendenza dal Vicodin, sviluppatasi a seguito di un uso crescente del farmaco per lenire il dolore persistente alla gamba. Il farmaco stesso diviene quasi un personaggio della serie, esacerbando il carattere scontroso del protagonista e spingendo le persone a lui vicine a incoraggiarlo a intraprendere un percorso di disintossicazione.
Il punto centrale, (il culmine della psiche “housiana”) è la negligenza medica: House M.D. presenta, spesso con tono ironico e disincantato, una serie di pratiche mediche che nella realtà sarebbero inammissibili.
Gregory, di frequente, agisce senza il consenso dei suoi superiori e dei pazienti, anzi li deride, manipola dati, mente ai colleghi, e sovente mette in pericolo la vita stessa dei pazienti a scopo di convalidare le sue ipotesi diagnostiche, per poi salvarli “all’ultimo minuto” alimentando così la sua seconda dipendenza: il suo bisogno di risolvere l’enigma clinico. Questo si manifesta anche nel fatto che House, nonostante si “faccia in quattro” per elaborare una diagnosi, si limita alla diagnosi stessa disinteressandosi per la fase successiva e affidando ad altri la cura dei malati.
Come ricordato in precedenza, poi, il Vicodin “aiuta” paradossalmente House nelle sue diagnosi sia riducendo in gran parte il dolore alla sua gamba che acutizzando la sua capacità di concentrazione (come si evince chiaramente dai periodi di astinenza).
Questo approccio genera una fascinazione ambigua nello spettatore: da un lato, House è l’incarnazione dello stereotipo del genio incompreso, il ribelle che sfida le regole nel nome di un bene superiore; dall’altro, rappresenta un modello professionale discutibile, che in un contesto reale metterebbe seriamente a rischio vite umane e violerebbe i principi deontologici fondamentali.
La serie, in definitiva, sembra invitarci implicitamente a sospendere il giudizio etico, ad accettare la controversa coesistenza tra genialità e arroganza, anche quando ciò significa calpestare la dignità e l’autonomia dei pazienti.
