Tra tutti i personaggi del Silmarillion di J.R.R. Tolkien, pochi brillano, e bruciano, come Fëanor, il più grande tra gli Elfi Noldor. La sua storia è un viaggio di luce e di tenebra, di genialità e di distruzione, di amore e di orgoglio. Fëanor non è solo un eroe o un ribelle: è il simbolo della dualità dell’animo intelligente, capace di creare meraviglie ma anche di causare rovina.

Il fuoco della creazione

Fëanor (il cui nome significa “Spirito di Fuoco”) è il figlio di Finwë, primo re dei Noldor, e di Míriel, che muore dopo averlo dato alla luce. Fin da giovane dimostra un ingegno fuori dal comune. È lui a forgiare i Silmaril, tre gemme che racchiudono la luce degli Alberi di Valinor, la fonte di ogni bellezza del mondo. Queste pietre splendenti non sono solo capolavori di arte e sapienza, sono l’essenza stessa della creazione elfica, la bellezza fatta materia. In Fëanor, Tolkien celebra la potenza creativa dell’intelletto: la capacità di plasmare il mondo, di dare forma alla luce, di sfidare i limiti. Ma, come ogni fuoco, anche questo brucia chi non sa domarlo.

L’ombra dell’orgoglio

La grandezza di Fëanor è anche la sua condanna. Quando Melkor (poi chiamato Morgoth) ruba i Silmaril e distrugge gli Alberi, Fëanor è accecato dal dolore e dall’ira, dal momento che Melkor prima di rubare i Silmaril uccide Finwë. Il suo amore per le sue creazioni si trasforma in ossessione: giura di inseguire Morgoth fino alla fine del mondo, trascinando con sé buona parte del suo popolo e i suoi sette figli in un esilio sanguinoso. In nome della sua arte e della sua vendetta, compie atti terribili, tra cui il fratricidio di Alqualondë, dove i Noldor uccidono altri Elfi per rubare le navi che li porteranno nella Terra di Mezzo. Tolkien non lo giudica semplicemente come “malvagio”: in lui convivono la luce dell’artista e l’ombra del tiranno, la passione del creatore e la distruzione dell’egocentrico. Fëanor rappresenta il confine sottile tra ispirazione e follia, tra il desiderio di bellezza e la volontà di possesso.

La fine che non è ritorno

Fëanor muore presto, in modo drammatico. Durante la battaglia sotto le stelle (Dagor-nuin-Giliath) contro le forze di Morgoth, viene ferito dal signore dei Balrog Gothmog. Mentre muore, il suo corpo viene consumato: “non ebbe né tomba né sepolcro perché così focoso era il suo spirito che, come se ne staccò, il corpo cadde in cenere e fu spazzato via come fumo… il suo spirito non è più riapparso in Arda, né il suo spirito ha lasciato le Aule di Mandos.” La cosa essenziale: Fëanor non torna più nelle Terre di Mezzo e, secondo le parole di Tolkien, “perisce prima che il Sole fosse fatto… e siede ora nelle Aule dell’Attesa e non torna fra i suoi finché non sia il Tempo finale”. Però le sue parole e le sue azioni danno inizio alle grandi guerre del Silmarillion e i suoi sette figli continueranno a combattere per i Silmaril, trascinati dallo stesso giuramento fatale. Eppure, anche nella tragedia, Fëanor rimane affascinante e terribilmente umano. È l’immagine di chi ama la bellezza al punto da volerla trattenere, di chi sogna tanto da sfidare gli dei, di chi cade proprio perché ha voluto volare troppo in alto, un po’ come un Icaro elf

La tragedia del giuramento: i figli che lo sciolgono

Il giuramento di Fëanor vincola lui e i suoi figli a una rovina ineluttabile. Tuttavia, alla fine della Prima Era, due dei suoi figli, Maedhros e Maglor, sono gli ultimi a restare vivi e a confrontarsi col peso del voto. Quando ottengono (o meglio rubano) gli ultimi due Silmaril rimasti, scoprono che le pietre bruciano le loro mani, come segno che non ne sono più degni. Maedhros, in disperazione, getta sé stesso e il Silmaril in un baratro di fuoco. Maglor invece getta il Silmaril in mare e passa il resto dei suoi giorni a vagare sulle rive, cantandone la perdita. In questo gesto, si compie una sorta di chiusura del patto: i due riconoscono implicitamente il male compiuto e si liberano, per quanto tragicamente, dell’oggetto che aveva causato distruzione.

Luce e ombra: la lezione di Fëanor

In Fëanor, Tolkien racchiude una riflessione profonda sul valore e il pericolo della creatività. La bellezza è un dono, ma anche una responsabilità: se diventa oggetto di orgoglio e di desiderio, può distruggere chi la ama di più. Come i Silmaril, Fëanor stesso è una gemma che brilla di luce propria, ma che, se non custodita con umiltà, acceca chi la guarda troppo da vicino. La sua storia ci insegna che la vera grandezza non sta solo nel creare, ma nel saper lasciare andare ciò che si è creato. Un insegnamento che, forse, vale anche nel nostro mondo.

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