Sempre più spesso si sente parlare di “fast fashion”, ma quando nasce veramente?

Il Fast fashion, letteralmente “moda veloce”, è un modello di produzione e consumo tessile che mira a realizzare in grandi quantità capi di bassa qualità a prezzi ridotti, e che lancia continuamente nuove collezioni in tempi brevissimi, in modo da essere subito disponibili alla vendita in negozio. Il loro destino è quello di avere un ciclo di vita molto breve: passare di moda e deteriorarsi altrettanto velocemente, generando così enormi sprechi e un forte impatto ambientale.

I processi produttivi della moda veloce si svolgono in tempi molto rapidi, talvolta solo poche settimane o giorni (a differenza della moda tradizionale in cui il sistema produttivo è mediamente di due anni). In queste circostanze, la qualità dei prodotti può essere sacrificata a favore della velocità e della quantità. Questo si riflette nel costo ridotto degli indumenti, che spesso hanno solo un’apparenza di moda da passerella senza la solidità e la durabilità che ci si aspetterebbe.

Gli “slop shop”

Per risalire alle sue origini, è necessario fare qualche passo indietro: a partire dal ‘600, in Europa e, in seguito, negli Stati Uniti nascono gli “slop shop”, negozi di abbigliamento da lavoro1 che vendono prodotti preconfezionati a prezzi inferiori rispetto ai capi cuciti su misura, diventati troppo costosi per la classe lavoratrice. Gli “slop shop” non hanno niente a che fare con il fast fashion di oggi, ma segnano l’inizio del suo percorso.

L’influenza della Rivoluzione Industriale e della Seconda Guerra Mondiale

Con la Seconda Rivoluzione Industriale nascono le fabbriche tessili: la produzione in serie si diffonde anche in questo settore.

La prima macchina da cucire “Singer”, 1851.

Inoltre, la nascita e la diffusione della macchina da cucire (progettata per la prima volta nel 1846) hanno accelerato drasticamente la velocità di produzione, abbassato i costi, permesso la creazione di capi in una gamma di taglie anziché su misura e, di conseguenza, reso l’abbigliamento più accessibile a un pubblico di massa, trasformando il cucito da artigianato lento a processo industriale veloce.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, gli stati impongono improvvisamente il razionamento dei tessuti alle fabbriche (viene introdotto un limite a quanta stoffa si può acquistare), facendo sì che i capi di abbigliamento cambino forma e acquisiscano tagli più semplici ed essenziali; si diffonde quindi uno stile austero e militare.

H&M e Zara, i primi “giganti” del fast fashion

Nel 1947, si iniziano ad intravedere alcune caratteristiche che determineranno la moda fast fashion: in Svezia nasce il primo negozio di Hennes, oggi conosciuto come H&M, che allora vendeva solo abiti femminili.

È però Zara, nel 1975, a dare inizio al vero e proprio fast fashion. Amancio Ortega (fondatore di Zara e Inditex2) affermò che il successo delle sue attività si basava sull’idea di offrire le ultime tendenze a prezzi bassi. Questa strategia è stata resa possibile attraverso la delocalizzazione del processo produttivo negli Stati e nelle regioni più povere del mondo (come Bangladesh, Cina, Vietnam e Indonesia), in cui lo sfruttamento in ambito produttivo di donne e bambini è all’ordine del giorno.3

Ciò ebbe come conseguenza l’aumento della competizione: se prima le collezioni erano due (primavera/estate e autunno/inverno) ora si moltiplicano, diventando quattro o otto.

Il 31 dicembre 1989, sul New York Times appare per la prima volta il termine “fast fashion” in occasione dell’apertura di due nuovi negozi, tra cui Zara. Nel 2005, invece, già abbastanza diffuso in Europa, H&M apre anche negli Stati Uniti.

La nascita dell’e-commerce

A cavallo tra gli anni ’90 e i primi 2000, l’avvento di Internet ha favorito la nascita dei primi e-commerce, offrendo un’alternativa di shopping rapida e accessibile. Se inizialmente piattaforme come Amazon ed eBay si limitavano alla vendita di libri e articoli tecnologici, il loro successo ha presto spinto il settore della moda ad approdare sul web per competere su scala globale. Tale transizione ha alimentato la crescita esponenziale del fast fashion, trasformando l’acquisto in un atto sempre più impulsivo e dettato dal desiderio di stare al passo con il ritmo incessante delle nuove collezioni.

L’esempio più comune è Shein, il colosso cinese del fast fashion affermatosi nel 2008, che utilizza un modello di business basato su prezzi veramente bassi e un’efficace strategia di marketing su social media come TikTok e Instagram.

L’impatto ambientale

Il fast fashion è responsabile del 10% del consumo globale di risorse idriche: per realizzare una sola maglietta di cotone si impiegano circa 2.700 litri di acqua, sufficienti a soddisfare il fabbisogno idrico di una persona per oltre due anni; è inoltre responsabile del 10% delle emissioni mondiali di CO2, superando addirittura le emissioni generate dai voli internazionali e dal trasporto marittimo.

L’impatto ambientale è riconducibile in gran parte all’uso di tessuti sintetici non biodegradabili, come poliestere e nylon, la cui produzione dipende dai combustibili fossili. Tali fibre sono responsabili del rilascio massivo di microplastiche negli oceani per via dei lavaggi a cui vengono sottoposti: si stima che un’unica operazione di pulizia in lavatrice possa liberare fino a 700.000 microfibre. Queste particelle evitano i sistemi di filtraggio, e di conseguenza si accumulano negli ecosistemi marini causandone il grave deterioramento.

Per di più, l’industria tessile è anche la causa dell’inquietante deserto di Atacama, in Cile (in foto), una delle discariche tessili più grandi del mondo.


Se il fast fashion era nato come sforzo di democratizzare l’abbigliamento, oggi ha assunto tratti che superano di gran lunga le intenzioni iniziali, e si presume che nei prossimi anni continuerà a crescere significativamente. Questo perché la mentalità delle persone è cambiata: fare acquisti non è più un modo per procurarsi beni di prima necessità o di lusso, ma semplicemente un intrattenimento.

Note al testo:

  1. Infatti il termine “slop”, letteralmente “sbobba”, lo usava la marina militare britannica per riferirsi a quei capi che possono essere indossati al posto dell’uniforme ufficiale. ↩︎
  2. (Industria de Diseño Textil, S.A.) è una multinazionale spagnola leader mondiale nel settore della moda, che possiede marchi popolari come Zara, Pull&Bear, Massimo Dutti, Bershka, Stradivarius, Oysho e Zara Home.  ↩︎
  3. Secondo l’organizzazione Remake, l’80% dei vestiti è prodotto da giovani donne tra i 18 e i 24 anni; inoltre, uno studio del Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti ha documentato l’uso di lavoro forzato e minorile, a fronte di bassi salari e condizioni e tempi di lavoro spesso fuori dai confini della legalità. ↩︎

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