Il dibattito sulla pena di morte è una delle questioni più discusse ancora oggi nelle nostre sedi internazionali. Nonostante le continue lotte e l’abolizione in buona parte degli Stati nel mondo, resta in vigore in 54 Stati. Il tema della morte inflitta come pena si trova al centro di forti dibattiti politici e morali già nel Settecento; è in questo periodo che gli uomini iniziano ad interrogarsi sul ruolo che essa assume all’interno della nostra società. Come molti sapranno, il Settecento è conosciuto per la nascita di nuovi ideali basati su libertà, uguaglianza e diritto alla vita, principi che prendono forma grazie al movimento filosofico-culturale dell’illuminismo. Oggi come anche allora, ci si chiede se la pena di morte può essere considerato un metodo efficace e definitivo per i crimini commessi dagli individui.
Già nel XVIII secolo gli intellettuali hanno provato a dare una possibile risposta avvalendosi dell’uso della ragione e costruendo argomentazioni su basi logiche e utilitaristiche. Una delle figure di grande rilievo che si è esposta sul tema è Cesare Beccaria, che nel suo opuscolo “Dei delitti e delle pene” analizza il rapporto tra il cittadino e lo Stato, denunciando i metodi che quest’ultimo utilizza per decidere che cosa fare del criminale. Beccaria afferma che “non è l’intensione della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione di essa”: con questo l’autore sostiene che una pena di breve durata e intesa non frena gli uomini dal commettere altri crimini come l’omicidio; invece, una pena lunga e duratura nel tempo è ciò che fa scuotere l’animo umano e lo porta a riflettere sulle proprie azioni.
La pena di morte affonda le proprie radici nei periodi antichi della nostra civiltà. È un atto crudele e disumano che viene utilizzato come metodo di salvaguardia del popolo; ma come può la società accettare tale provvedimento e ritenerlo giusto? Il condannato è visto dallo Stato come un errore da eliminare e la società lo considera nient’altro se non un mostro privo di dignità umana.
Questo tipo di meccanismo viene mostrato in maniera evidente nel film Dead Man Walking. Per chi non conoscesse la trama, il protagonista, Matthew Poncelet, si trova nel braccio della morte perché accusato dell’omicidio di una coppia. Per tutta la durata del film rimane in sospeso l’informazione che tutti vorrebbero conoscere: è veramente colpevole o è solo un innocente che rischia la pena capitale? Il film affronta varie tematiche molto importanti, una di queste è il tema della disumanizzazione: la società e le famiglie delle vittime non riescono più a vedere l’uomo dietro al crimine che ha commesso, mostrando quanto sia facile giustificare un atto spietato come la pena di morte. È necessario tenere a mente che la giustizia non è mai sinonimo di vendetta, e che uno Stato che uccide legittimamente un individuo finisce per riprodurre la stessa logica di violenza che condanna.
Infine, ritengo che la pena di morte non possa essere considerata una soluzione, ma solo un atto che mira a deturpare l’umanità stessa in nome di una giustizia apparente. Finché lo Stato utilizzerà la morte come strumento di salvaguardia, saremo tutti complici di un sistema che preferisce sopprimere l’errore piuttosto che curarne le radici. Bisogna avere coraggio di guardare negli occhi anche chi ha sbagliato, senza permettere che l’odio offuschi la nostra capacità di restare umani.
