IIl 15 aprile 2023, il Sudan è precipitato in un conflitto su larga scala tra l’esercito governativo e le Forze di Supporto Rapido (RSF). Quella che era iniziata come una lotta di potere interna si è trasformata in una crisi umanitaria devastante, con centinaia di migliaia di vittime e milioni di sfollati. In questo scenario, qual è il ruolo dell’Italia?

Millions have escaped Sudan's civil war. But their nightmare isn't over

La posizione ufficiale: aiuti e diplomazia

Oggi la posizione del governo italiano è di netta condanna del conflitto. L’Italia si è mossa attivamente sul fronte diplomatico per chiedere un cessate il fuoco immediato e ha stanziato un pacchetto di 125 milioni in aiuti umanitari. Questi fondi sono destinati alle organizzazioni internazionali che operano sul campo per assistere i civili più vulnerabili.

Le ombre del passato e il Processo di Khartoum

Per comprendere la complessità della situazione, bisogna però tornare al 2014, anno dell’avvio del Processo di Khartoum.

Cos’è il Processo di Khartoum? È un accordo di cooperazione tra l’Unione Europea e i paesi del Corno d’Africa nato per contrastare il traffico di esseri umani e gestire i flussi migratori. Attraverso questo piano, l’UE e l’Italia hanno fornito assistenza tecnica, addestramento e tecnologie per il controllo delle frontiere a vari governi, incluso quello sudanese.

Il nodo critico sta nel fatto che, per anni, il controllo dei confini in Sudan è stato delegato dal governo proprio alle RSF. Di conseguenza, i finanziamenti e l’addestramento destinati alla gestione dei migranti sono finiti nelle mani di reparti paramilitari che già allora erano accusati di gravi violazioni dei diritti umani.

La questione degli armamenti

Un altro elemento di analisi riguarda l’export di sistemi militari verso gli Emirati Arabi Uniti (EAU), Paese che diversi rapporti internazionali indicano come sostenitore delle RSF. Sebbene l’Italia avesse sospeso la vendita di armi agli Emirati nel 2019, nel 2023 il governo ha rimosso tali restrizioni. Questo ha riaperto un canale commerciale significativo proprio mentre il conflitto sudanese entrava nella sua fase più acuta.

Una domanda aperta

L’analisi del caso sudanese mostra come la politica estera di un Paese si muova spesso su binari paralleli e talvolta divergenti. Se da un lato l’Italia agisce giustamente come donatore umanitario per alleviare le sofferenze della popolazione, dall’altro gli accordi del passato sulla sicurezza migratoria e le attuali dinamiche del commercio di armi Il caso sudanese solleva un dilemma etico per il nostro Paese: è possibile conciliare gli aiuti umanitari con politiche di controllo dei flussi migratori e vendita di armi per una cifra di circa 200 milioni di dollari nel solo 2024,che, seppur indirettamente, rischiano di alimentare gli stessi attori che causano la crisi?

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