Introduzione
Il 22 e 23 marzo 2026 i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi su una riforma
della Costituzione. Un appuntamento che va oltre le appartenenze politiche e riporta al centro del
dibattito pubblico il ruolo dei referendum e il valore delle scelte collettive. Comprendere quali
aspetti dell’ordinamento si intende modificare e quali argomentazioni animano il fronte del sì e del
no diventa pertanto essenziale per arrivare preparati al voto.

Referendum costituzionale
Il referendum costituzionale è uno strumento per confermare o respingere una modifica alla
Costituzione. Esso può essere richiesto da un quinto dei membri di una Camera o da cinque
Consigli regionali, quando la legge di revisione costituzionale non viene approvata in Parlamento
con una maggioranza di due terzi. A differenza del referendum abrogativo, il referendum
costituzionale non richiede un quorum: è valido indipendentemente dall’affluenza alle urne. Nel
referendum abrogativo, invece, è necessario che partecipi almeno il 50% più uno degli aventi diritto
almeno il 50% più uno degli aventi diritto al voto.

Il contenuto del referendum: cosa cambia davvero
Uno dei temi centrali della riforma è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.
Attualmente in Italia i magistrati (giudici e pubblici ministeri) fanno parte dello stesso ordine,
entrano con lo stesso concorso e possono passare dal ruolo di pubblico ministero a quello di giudice
e viceversa una sola volta durante la carriera, entro precise finestre temporali previste dalla
legge. I sostenitori della riforma sostengono che questa situazione crei un’eccessiva vicinanza tra chi
accusa e chi giudica, mettendo a rischio l’imparzialità del processo. La separazione delle carriere
mirerebbe a creare due percorsi distinti, rafforzando il principio di terzietà del giudice (sancito
dall’articolo 111 della Costituzione, che garantisce l’assoluta estraneità ed equidistanza del giudice
rispetto alle parti in causa e al contenuto della controversia).
Gli oppositori della riforma obiettano però che il passaggio da una funzione all’altra è già molto raro
nella pratica: secondo i dati, solo lo 0,8% dei magistrati ha effettuato questo cambio negli ultimi
anni. Di conseguenza, la riforma sarebbe una soluzione a un problema inesistente e rischierebbe
invece di indebolire l’unità e l’indipendenza della magistratura nel suo complesso.
La riforma interviene anche sul Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), che è l’organo
costituzionale di autogoverno dei magistrati. Oggi il CSM si occupa di nomine, trasferimenti,
promozioni e procedimenti disciplinari dei magistrati. È composto da 30 membri elettivi più 3 di
diritto. Presieduto dal presidente della Repubblica, include il primo presidente della Corte di
Cassazione e il procuratore generale della Corte di Cassazione, con 20 magistrati “togati” (eletti dai
magistrati ordinari) e 10 “laici” (ovvero non magistrati scelti tra professori universitari e avvocati)
eletti dal Parlamento.
La riforma prevede la separazione dell’attuale CSM in due organi distinti: uno per i giudici e uno
per i pubblici ministeri. Per la scelta dei membri, viene introdotto il sorteggio: i componenti togati
(cioè i magistrati) verrebbero estratti a sorte all’interno della propria categoria di appartenenza,
mentre i componenti laici verrebbero sorteggiati da elenchi predisposti dal Parlamento.
L’obiettivo dichiarato del sorteggio è quello di ridurre il peso delle correnti e dei gruppi di potere
interni alla magistratura, che secondo i promotori del referendum influenzano oggi le decisioni del
CSM. Coloro che sono contrari alla riforma costituzionale ritengono invece che il sorteggio porti al
rafforzamento dell’influenza politica sul CSM.

Le ragioni del Sì secondo i sostenitori della riforma
I sostenitori della riforma ritengono che l’approvazione possa portare diversi benefici.
In primo luogo, la separazione rafforzerebbe l’imparzialità del giudice. Qui entra in gioco il
principio del “giusto processo” sancito dall’articolo 111 della Costituzione, il quale impone che il
giudice sia terzo e imparziale rispetto alle parti. Secondo i fautori della riforma, con la separazione
delle carriere, accusa (PM) e difesa verrebbero poste finalmente sullo stesso piano davanti a chi
deve giudicare. Va però considerato che, nella realtà attuale, l’assegnazione del giudice e del
Pubblico Ministero avviene già in modo automatico e casuale attraverso criteri predeterminati.
In secondo luogo, la separazione delle carriere non indebolirebbe l’indipendenza del PM, ma ne
chiarirebbe il ruolo di parte processuale, distinta e separata dal giudice.
Infine, secondo i sostenitori, la riforma del CSM servirebbe a porre fine agli scandali legati al
correntismo (ovvero la creazione di fazioni interne al CSM che rivaleggiano fra loro), garantendo
una gestione più trasparente e meno politica della magistratura.

Le critiche e le motivazioni del fronte del No
Secondo i sostenitori del No, il referendum non è realmente sulla separazione delle carriere tra PM
e giudici perché, di fatto, questa esiste già: oggi un magistrato che inizia la carriera decide in quale
dei due ruoli lavorare e può cambiare solo una volta nella vita (e pochissimi lo fanno).
Al centro della riforma, sempre secondo i contrari, c’è invece l’indebolimento del CSM, che
violerebbe il principio della separazione dei poteri. Il CSM attuale, infatti, è composto per 2/3 da
magistrati e per 1/3 da laici che sono liberi di votare secondo coscienza. Con la riforma, l’organo
verrebbe indebolito perché sdoppiato e perché, al di sopra di esso, verrebbe creata un’Alta Corte
disciplinare con membri in parte eletti dal Parlamento e in parte sorteggiati, una scelta che il “fronte
del no” considera inadeguata per un organo di tale rilevanza istituzionale.
Il rischio denunciato dal fronte del No è che questi organismi finiscano per subire una forte
influenza da parte dello Stato. In una situazione di questo tipo, lo Stato sarebbe potenzialmente
capace di dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni, compromettendo la loro indipendenza.

Il voto inizia dalla conoscenza
In conclusione, il mio invito è di non fermarvi solo a questo articolo. Cercate di informarvi il più
possibile, imparando a votare con la vostra testa senza lasciarvi condizionare dai toni spesso troppo
accesi della propaganda politica. Il voto è un atto di libertà che richiede una grande responsabilità
verso la comunità. Dopotutto, è proprio questo che ci ha insegnato Socrate: il valore di un cittadino
non sta nell’obbedire ciecamente a una norma, ma nel saperne comprendere il senso e la
giustizia attraverso il filtro della propria ragione. Solo così la vostra scelta, qualunque essa sia, sarà
un vero atto di coscienza e non una semplice delega fatta ad altri.
